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Dentro o contro la guerra?Totò Caggese Tra marzo e aprile 2026 il documentario Anti-Authoritarians at War ha attraversato l’Italia, da Torino a Bari, passando per Padova, Bologna e Milano. Non si è trattato di una semplice tournée militante. È stato un detonatore. Ovunque è arrivato ha riaperto una frattura che da anni attraversa la sinistra: come stare dentro una guerra senza smarrire la propria identità politica.
A presentarlo sono stati i Solidarity Collectives, una rete ucraina di provenienza anarchica, transfemminista e internazionalista che, dall’inizio dell’invasione russa, ha scelto di muoversi su più piani: mutuo aiuto ai civili colpiti, sostegno logistico ai combattenti e, per alcuni dei suoi membri, partecipazione diretta alla guerra. Un’esperienza difficilmente classificabile dentro le categorie abituali, che mescola solidarietà, militanza armata e discorso rivoluzionario. Non sono mancate le polemiche. A Bologna, dove l’iniziativa ha trovato spazio nei circuiti dei Municipi sociali, la federazione locale di Rifondazione comunista ha chiesto addirittura di impedirne lo svolgimento, denunciando il rischio di legittimare organizzazioni che sostengono forze armate straniere. Dall’altra parte, gli organizzatori hanno rivendicato la necessità di un confronto diretto con chi vive la guerra, rifiutando letture schematiche e denunciando il ritorno di un approccio “campista”, incapace di uscire dalla logica dei blocchi contrapposti. Lo scontro non è marginale, né episodico. Non riguarda soltanto un documentario o una serie di incontri pubblici. Tocca un nodo più profondo: il rapporto tra guerra, antimilitarismo e politica radicale. Da un lato, chi vede nell’invasione russa un’aggressione imperialista che impone di sostenere la resistenza ucraina, anche nelle sue forme armate, per non lasciare il campo alla destra nazionalista. Dall’altro, chi rifiuta qualsiasi coinvolgimento nella macchina militare degli Stati, leggendo la guerra come un dispositivo che, oltre a distruggere, rafforza il controllo sociale, la mobilitazione forzata e gli interessi delle élite. È una frattura che attraversa l’anarchismo e la sinistra internazionale, ma che in Ucraina assume un carattere concreto e drammatico. Perché qui non si tratta di prendere posizione a distanza, ma di scegliere come vivere — o sopravvivere — dentro una guerra. I Solidarity Collectives nascono nei giorni immediatamente successivi all’invasione del febbraio 2022, quando migliaia di persone si mettono in fila per ricevere un’arma e difendere le proprie città. In quel momento, raccontano i loro attivisti, la questione non si pone in termini ideologici astratti: la scelta è tra resistere o soccombere. È in questo spazio che provano a collocarsi. Non come forza egemone, ma come presenza che tenta di evitare che la guerra venga monopolizzata dalle componenti nazionaliste e di estrema destra. La loro traiettoria è significativa. Il tentativo iniziale di costruire unità autonome di combattenti libertari fallisce rapidamente. Le difficoltà operative, i vincoli dell’esercito e la dinamica stessa del conflitto portano alla dispersione dei militanti nelle unità regolari. Non esiste, oggi, un “esercito anarchico”. Esistono individui e piccoli gruppi che combattono dentro una struttura statale, mantenendo — almeno nelle intenzioni — una propria identità politica. Da qui deriva la loro strategia attuale: non costruire un’alternativa separata, ma agire su tre livelli intrecciati. Da un lato il supporto materiale ai combattenti anti-autoritari; dall’altro il lavoro umanitario nelle zone colpite; infine, un’intensa attività comunicativa internazionale per spiegare e legittimare questa scelta. È una posizione che si fonda su una convinzione precisa: il futuro politico dell’Ucraina sarà determinato anche da chi avrà partecipato alla resistenza. Restarne fuori significherebbe rinunciare a qualsiasi capacità di incidere. Ma è proprio questo punto a essere contestato da altri settori dell’anarchismo ucraino. A Kharkiv, una città sotto bombardamento quasi quotidiano, il collettivo Assembly sviluppa una lettura radicalmente diversa. Anche qui non c’è alcuna ambiguità sull’invasione russa, definita come aggressione violenta e distruttiva. Tuttavia, questa constatazione non porta a sostenere lo Stato ucraino, ma a rifiutare entrambe le parti in guerra come espressione di interessi che non coincidono con quelli della popolazione. La loro analisi si sposta su un altro terreno: quello della classe e delle condizioni materiali. Parlano di coscrizione forzata, di confini chiusi, di lavoratori intrappolati tra mobilitazione e disoccupazione, di un’economia che continua a funzionare anche durante la guerra per garantire profitti e flussi energetici. In questo quadro, la guerra appare non solo come uno scontro tra Stati, ma come un dispositivo che organizza e sfrutta la vita e la morte dei subalterni, mentre le élite mantengono spazi di cooperazione economica. È qui che emerge una seconda linea di risposta: non partecipare alla guerra, ma favorire pratiche di rifiuto. Diserzione, obiezione, sabotaggio, auto-organizzazione delle comunità. Non come gesto individuale, ma come possibile rottura collettiva. In alcuni casi, sostengono, si tratta già di una realtà materiale: il numero crescente di disertori, le difficoltà nel mantenere le linee del fronte, il ricorso a misure sempre più coercitive per garantire il reclutamento. La distanza tra queste due posizioni è evidente, ma non è una semplice divergenza ideologica. Nasce dalla stessa esperienza di guerra e dalla stessa consapevolezza della sua brutalità. Entrambe rifiutano il nazionalismo come orizzonte politico. Entrambe si collocano fuori dalle narrazioni ufficiali, sia occidentali che russe. Ma divergono su un punto decisivo: il rapporto con lo Stato e con la violenza organizzata. Per i Solidarity Collectives, entrare nella resistenza è un modo per non lasciare la società ucraina nelle mani delle forze più reazionarie. Per Assembly, quella stessa scelta rischia di dissolvere ogni autonomia politica dentro la macchina statale e militare. In mezzo, non c’è una sintesi facile. La guerra in Ucraina non mette alla prova soltanto le scelte tattiche o le alleanze internazionali. Interroga qualcosa di più profondo: le categorie attraverso cui la sinistra ha pensato sé stessa. Per decenni parole come antimilitarismo, internazionalismo, antifascismo hanno funzionato come coordinate relativamente stabili. Oggi tornano in campo, ma non indicano più una direzione univoca. Sono attraversate da tensioni che non si lasciano ricomporre con formule ereditate dal passato. L’antimilitarismo è forse il terreno dove la frattura appare più evidente. Da un lato, resta l’idea classica: la guerra è un dispositivo degli Stati, che mobilita, disciplina e sacrifica le classi subalterne. Da qui il rifiuto della partecipazione, il sostegno alla diserzione, l’opposizione all’invio di armi. Dall’altro, emerge una posizione diversa: la guerra è qualcosa da fermare, ma in certe condizioni non può essere evitata. In questo quadro, combattere diventa — paradossalmente — un modo per porre fine alla guerra stessa. Non per affermarla, ma per chiuderla. Anche l’internazionalismo cambia forma. Nella sua versione classica, si fonda sulla solidarietà tra lavoratori oltre i confini nazionali, contro le guerre degli Stati. Oggi questa prospettiva si scontra con una realtà diversa: un’invasione militare che produce una resistenza concreta, radicata in un territorio e in una popolazione. Per alcuni, sostenere quella resistenza è una forma di internazionalismo: stare dalla parte di chi subisce un’aggressione. Per altri, l’internazionalismo resta incompatibile con qualsiasi partecipazione a una guerra nazionale, anche quando si presenta come difensiva. Infine, l’antifascismo. Nel discorso dei Solidarity Collectives, la guerra è letta come resistenza a un’aggressione imperialista e autoritaria. In questa chiave, combattere diventa una forma di antifascismo. Ma qui si apre un altro problema. Perché quella stessa lotta si svolge dentro uno Stato, un esercito e una dinamica che, in condizioni di guerra, tendono a rafforzare gerarchie, disciplina e sentimenti nazionali. La contraddizione non è astratta: si combatte dentro un campo in cui, accanto a chi si richiama a pratiche libertarie o egualitarie, operano anche forze nazionaliste e di estrema destra che hanno trovato nella guerra uno spazio di legittimazione e visibilità. Il dilemma, però, non riguarda soltanto la sinistra ucraina. Riguarda direttamente anche noi. Non solo nella scelta, sempre più divisiva, sull’invio di armi all’Ucraina, ma anche nel modo in cui guardiamo a chi, da entrambe le parti del fronte, rifiuta di combattere. Gli antimilitaristi russi sono in gran parte in carcere o in esilio; in Ucraina cresce il numero dei coscritti che cercano di sottrarsi alla mobilitazione. Ignorare questa dimensione significa ridurre la guerra a un confronto tra Stati, cancellando il terreno sociale su cui si gioca una parte decisiva del conflitto. Non esiste una posizione completamente pulita. Inviare armi significa accettare di alimentare una guerra, anche quando lo si fa per impedire un’occupazione. Rifiutare ogni sostegno militare significa assumersi il rischio concreto che l’aggredito venga schiacciato. Sostenere la diserzione significa mettere in discussione entrambi gli Stati, ma anche misurarsi con la domanda più difficile: che cosa accade a una popolazione invasa se la sua difesa armata si dissolve? All’inizio della guerra abbiamo visto altro. Donne e uomini scendere in strada, organizzarsi, costruire molotov per fermare i carri armati russi. Un popolo in armi, nel senso più concreto del termine. Ma cosa è rimasto oggi di quella esperienza? Molto poco. Quello slancio è stato rapidamente riassorbito dentro una macchina statale fatta di esercito regolare, disciplina, gerarchie, coscrizione forzata. L’autonomia si è ristretta, fino quasi a scomparire. E sul versante opposto? In Russia, nei primi mesi dell’invasione, un movimento antimilitarista spontaneo — fatto di uomini e donne, spesso giovanissimi — ha provato a fermare la guerra. Oggi sono in gran parte in carcere o in esilio. E allora la domanda riguarda direttamente anche noi. Quale solidarietà concreta hanno ricevuto questi antimilitaristi da parte della sinistra europea? Quasi nessuna. Ed è un vuoto che pesa, Prevale invece un’altra logica: trasformare la guerra in una linea di schieramento obbligata, una “guerra giusta” dentro cui arruolare tutto e tutti, cancellando ogni spazio di dissenso. Una semplificazione che finisce per cancellare proprio quei soggetti che, nei fatti, mettono in discussione la guerra da entrambi i lati del fronte. È qui che il problema si chiarisce. Non volere la guerra non è una posizione neutrale. È una scelta politica. Significa rifiutare l’esercito e il militarismo che la rendono possibile; un’economia fondata sul riarmo permanente e sulla produzione bellica; anche la ricchezza che la guerra produce. Significa rifiutare di essere parte dell’infrastruttura materiale e sociale che la alimenta e ne garantisce la riproduzione. Non è una posizione semplice. Non risolve automaticamente il problema dell’aggressione. Ma indica una direzione diversa da quella imposta dagli Stati: smilitarizzare, ridurre gli armamenti, sottrarre risorse e forza lavoro alla guerra. Dentro questa prospettiva, la diserzione, l’obiezione, il rifiuto — in Russia come in Ucraina — non sono margini. Sono uno dei pochi punti in cui si apre una frattura reale. La questione allora non è scegliere una guerra più giusta. È togliere alla guerra il terreno su cui cresce. Non stare dalla parte giusta della guerra, ma stare contro la guerra. |
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